|domenica, giugno 25, 2017
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Le condizioni dei braccianti a Nardò. Diario della mia visita. 

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Lo scorso venerdì 31 luglio sono stato a Nardò, un paese in provincia di Lecce, incastonato tra gli ulivi secolari e le terre fertili del Salento.

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Dopo la morte di Mohammed Abdullah, l’uomo di 47 anni, originario del Sudan, stroncato da un malore mentre era al lavoro nelle campagne di Nardò, si è riproposto, con forza, il tema dello sfruttamento agricolo.

 

2Della piaga del caporalato e delle difficilissime condizioni in cui sono costretti a operare i braccianti, nelle campagne del Salento, così come nell’Agro pontino, mi ero già occupato a partire dal maggio 2014 attraverso un’ispezione, nel giugno 2015, nelle campagne di Sabaudia per verificare la situazione dei braccianti Sikh della provincia di Latina.

 

Una situazione di sfruttamento certamente intrecciata con il malaffare, con datori di lavoro colpevoli di alimentare il mercato del lavoro a basso costo, di anteporre i propri interessi a scapito dei diritti dei lavoratori stessi che, sottopagati, sono costretti a vivere in condizioni inumane.

 

Parliamo per lo più di giovani uomini, con regolare permesso di soggiorno in Italia, che si spostano in Puglia per la stagione della raccolta delle angurie o dei pomodori. Lavoratori stagionali che trascorrono piegati nei campi dalle 10 alle 12 ore.

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Le condizioni di salute dei lavoratori stagionali concentrati a Nardò e nei casolari del territorio continuano ad essere molto precarie, complice l’assenza di un presidio sanitario mobile.

Per tale ragione depositerò, a seguito della mia visita nei due campi di Nardò, un’interrogazione parlamentare per chiedere una verifica non solo sulle condizioni di lavoro dei braccianti nei campi, ma anche sulla tipologia dei contratti di lavoro, causa prima dello sfruttamento di queste persone.

 

 

 

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